La nostra storia
Nel 1959, i nonni Cretti immaginarono un rifugio tra i boschi, un luogo semplice dove accogliere i viandanti con un sorriso, un panino e un bicchiere di vino.
Quel sogno è cresciuto con la famiglia: è diventato una locanda, poi un piccolo albergo, e infine una vera casa.
Giuseppe, che lì è nato e cresciuto, ha custodito con amore quella storia, e oggi la condivide con i suoi figli – Giacomo, Claudia e Sofia – che con lui danno vita alla terza generazione.
Oggi “Ai Ciar” è più di una vacanza: è un ritorno all’essenziale, un luogo dove il tempo rallenta, la natura abbraccia e ogni momento diventa memoria.
Da dove viene il nome “Ai Ciar”?
L’origine del nome Ai Ciar è legata alla memoria del luogo e della famiglia Cretti, e viene tramandata attraverso due interpretazioni.
La prima interpretazione riconduce il nome all’espressione dialettale “al ciar”, cioè “al chiaro”: una radura oltre il bosco, aperta verso il cielo e illuminata dalla luna e dal chiarore delle lanterne dei viandanti. Già molto tempo prima che la cascina diventasse una locanda, questo luogo rappresentava infatti un punto di riferimento riconoscibile lungo la strada, dove orientarsi, fermarsi e trovare riparo.
La seconda interpretazione rimanda invece ai “Ciarì”, il soprannome con cui veniva identificato il ramo della famiglia Cretti proprietario della cascina. Il nome faceva riferimento ai capelli biondi e agli occhi azzurri che caratterizzavano molti dei suoi membri. In un paese dove il cognome Cretti era molto diffuso, questi soprannomi erano indispensabili per distinguere le diverse famiglie.
Qualunque sia la sua origine precisa, il nome Ai Ciar conserva ancora oggi entrambe le anime del luogo: quella di un punto di riferimento per chi è in cammino e quella di una casa profondamente legata alla storia della famiglia Cretti.
Cosa accadde ai Ciar
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la Val Supine divenne una delle prime aree di organizzazione della Resistenza bergamasca. Il Gruppo Patrioti Loveresi, guidato da Giovanni Brasi, utilizzava le cascine della valle come basi e punti di sorveglianza.
Il 29 novembre 1943 i partigiani condussero un’azione coordinata a Lovere contro la sede fascista, le comunicazioni telefoniche e lo stabilimento Ilva. Secondo le ricostruzioni storiche locali, il rastrellamento fu reso possibile dal tradimento di un infiltrato, identificato come Ninetto Vaccaro, che si era presentato al gruppo come partigiano e guidò le forze nazifasciste fino al loro rifugio. La rappresaglia nazifascista fu immediata.
Il 7 dicembre 1943, circa 200 uomini tedeschi e della Guardia Nazionale Repubblicana risalirono la valle fino alla cascina in località Ciar, che ospitava il corpo di guardia della formazione. Grazie alle indicazioni di una spia, circondarono l’edificio e catturarono sei giovani senza lasciare loro possibilità di reagire:
Ivan Piana
Andrea Guizzetti
Salvatore Conti
Giovanni Vender
Guglielmo Macario
Giulio Buffoli
Nei giorni successivi furono arrestati altri sette resistenti. Tutti e tredici vennero condotti nelle carceri dell’ex Collegio Baroni di Bergamo, torturati e infine riportati nel Loverese il 22 dicembre 1943. Sette furono fucilati a Poltragno e gli altri sei a Lovere, nei pressi della pesa pubblica.
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